Rino Mele scrive “Maremadre di Pasqualina Mongillo”

Le colline e il mare sono i due elementi del paesaggio interiore di questa pittrice dall’ansia così giovane. Le colline sono corpi di donna arsi e teneri, il mare è l’anima del mondo verso cui tutto tende. Pasqualina Mongillo dipinge guardando dentro di sé, evocando una bellezza che tortura e che lei trattiene coi colori vivi di un paesaggio marino.

Anche quando sembra fermarsi alla misura del reale (come nella serie delle Maree: Porto Cesareo, Mare rosa, Mare nostrum, Mareprofondo) è sempre il suono di una nostalgia non detta a prevalere, i timbri esasperati di colori dolcissimi, le casette messe in fila a chiedere un abbraccio, come nel suo stupefatto Mare del Nord. La pittura di Lella (la chiamo anch’io così, per un attimo) tende a una razionale semplicità, vuol dire l’essenziale quasi accennando, sapendo che dipingere vuol dire mettere a confronto un’inaccessibile realtà con la sua interpretazione.

C’è una forte carica autobiografica nei suoi lavori, i Paesaggi femminili, ad esempio, che sembrano rabbrividire in una luce forte e predace: c’è sempre una distanza da superare, una parola ancora da rappresentare attraverso i colori, come in Verso l’isola in cui una scena apparentemente allegra, da music-hall, nasconde una strana sospensione del tempo, il tremore tenero dell’indicibile: che lei illustra con l’infinita attenzione che il gioco e il teatro pretendono.

Poi, la serie delle Marie, donne e madonne, il volto leggermente piegato ad aspettare un improvviso angelo. Per esse non c’è corpo, non misura del tempo, non colline contro l’affanno del mare.

Infine le fresche maioliche, sono oggetti creati per chiedere all’infanzia di tornare (una piccola lumaca, la miniatura di un presepe, animali da cortile che si rotolano, ma anche la dimensione drammatica di un’opera complessa come Gravità).

Infine, Pasqualina Mongillo non dipinge per farsi guardare ma per guardare, le sue piccole opere sono come gli occhi degli uccelli, guidano il volo.

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