lettera a Marussia

Carissima Marussia,

abbiamo risposto al Tuo richiamo. Ti abbiamo ridato voce, volto e vita per ricevere, in cambio, energia. Abbiamo chiesto, in nome Tuo, il diritto alla storia e all’interno della storia della scienza affinché, al sopravvenire di un nuovo ciclo storico, non Ti accada più  di venire sepolta e dimenticata, ancora.
Una donna, una straniera, una scienziata, nel sud del mondo. Tanti motivi per essere dimenticata … ma Tu, donna straordinaria, agente della modernità, dalla ferrea volontà, dal coraggio indomabile, hai fatto la rivoluzione col potere della Tua scienza … tanti motivi per essere ricordata.
Una biografia calata nella complessità del Tuo tempo, narrata attraverso sconfinamenti nelle discipline, con modalità di pensiero e di linguaggio inusuali, che avrebbero richiesto ben altre competenze che le nostre. Eppure questa complessità si è mostrata il viatico alla Tua figura pregnante di scienziata.
Un’immagine, la Tua, di donna dal “talento visionario”, densa  di coerenza e di consistenza logico-empirica, in un orizzonte di senso dal profilo evidente, nitido e colorato, come il quadro che Ti ritrae, ed ora, finalmente disvelato anche da questa storia, campeggia in bella vista, sulla parete più luminosa dell’Aula minore della Società Reale a Napoli, con i ritratti di Croce e di Vico, desideroso di essere ammirato e salutato.

i nostri limiti

L’impresa ha scoperto i nostri limiti, i disagi, le incapacità che hanno minacciato ogni sfera di ricerca, a causa di una impostazione così fragile, come la nostra, nel tentativo di ricostruire il passaggio esistenziale di Marussia nella nostra vita, mentre passa la vita del mondo.
Ma i confini sono fatti per essere attraversati, esche irresistibili, confini da tormentare e rosicchiare …
Scrivere di storia per noi è stata una avventura perché ci siamo immerse in un mondo affascinante e, non riuscendo a fare la Storia, offriamo una storia come memoria accessibile a tutti che risponde soprattutto ad un bisogno psichico. Abbiamo voluto tenere in vita le esperienze, le azioni o le idee della gente del passato, raccontare momenti quotidiani, trasformare i morti in eroi ed eroine di tutti i giorni. Affidarli alle pagine scritte, questo sì, era in nostro potere, per immortalare la Nostra protagonista, Marussia, rimasta in bilico su poche pagine.
Rimane un interrogativo, fra gli altri, quello filosofico: se il genere nella scienza esprima davvero reali potenzialità di cambiamento o, nonostante le decostruzioni e ricostruzioni, ci sia il rischio che il verso ed il senso delle cose restino immutati.
Una prospettiva di genere è avvalorata dal fatto che “il significato di una vera scienza è costituire una preparazione alla libertà. L’equilibrio in quanto definisce i limiti, è la nozione essenziale della scienza”. Non si assapora la libertà senza l’amarezza del limite. Non c’è invenzione senza regole. Insomma, non abbiamo cercato la produzione fattuale specifica della donna scienziata, perché altrimenti l’avremmo noi stesse condotta nella marginalità, ma abbiamo osservato il suo intùito inventivo, più di una scoperta, un’invenzione nel senso dell’emergere di proposte critiche divergenti rispetto ai criteri dominanti.
La libertà, pertanto, conosce il limite. Il limite che si riscontra nella misura e nell’equilibrio, fondamento di tutta la scienza. La scienza diventa esistenza in quanto tutti i livelli dell’esperienza sono sempre compenetrati. E così si interroga che è quasi come affermare: “E’ possibile definire la vita mediante le trasformazioni dell’energia radiante, dell’energia chimica, meccanica, calorifica?”. La riposta: “Transustanziazione. La materia diventa pensiero tutti i giorni, nel senso che noi respiriamo e mangiamo l’energia liberata dalle trasformazioni chimiche diventa quanto meno uno strumento del pensiero”.
Il pensiero come trasformazione chimica in atto acquista energia dallo scambio con il mondo. Per questo è ulteriore obbligo e presa di responsabilità la radicale messa in discussione degli obiettivi della scienza che potrà avvenire solo in presenza di una tensione critica a livello sociale, convinte come siamo che, affinché la scienza sia davvero al servizio dell’umanità, sia urgente realizzare un migliore equilibrio nella partecipazione di entrambi i sessi alla scienza e al suo progresso.

alla ricerca delle madri..

A partire dal soggetto femminile prescelto, abbiamo cercato di disvelare ciò che la storia aveva nascosto avviando una scoperta e una ricostruzione degli eventi; abbiamo cercato, per Lei, le progenitrici, le madri e nuove possibilità del pensiero. Abbiamo rintracciato documentazione e costruito con il pensiero del presente, la sua storia, attraverso il passato, e, si sa,  “ogni vera storia è storia contemporanea”. Abbiamo chiamato a soccorrerci ogni possibile disciplina, oltre la storia, la ricerca sociale ed economica, il pensiero scientifico; abbiamo de-composto, distinto, analizzato e pensato l’identità di genere come nucleo di straordinarie potenzialità innovative per giungere ad una categoria “eroica”.

… e del metodo… il materiale appariva caotico e noi cercavamo “i metodi” per scrivere la storia delle donne, una nuova ottica  attraverso cui leggere ed interpretare una storia “particolare”.

I dubbi erano e sono molteplici: come scrivere di una donna importante all’interno della storia generale, e all’interno della storia delle donne, della storia della scienza in generale, della storia della chimica in particolare, insomma una storia “eccentrica”? Come dare luce ad una figura oscurata e nascosta dalla storia? Come liberarci dalla narrazione stereotipata e didascalica e superare incrostate dicotomie?

Il nostro approccio ci aiutava a scoprire, dalle debolezze, nuove possibilità.

La marginalità storica poteva essere trasformata in una densa potenzialità, come un plus di possibilità e di prospettive, a partire dalle dimensioni relazionali e da modalità interattive nella conoscenza. E l’estraniamento di questo personaggio, insieme al nostro, poteva rinvigorire una conoscenza storica genuina. Si poteva riattivare intensamente la sensibilità storica per cui ciò che ci sembrava già noto e scontato, poteva diventare così profondamente nuovo ed affascinante.

Inoltre il perseverare, nel paradigma scientifico, di una tradizione mitologica fatta di opposte polarità, di una femminilità intesa come madre natura ed area “sacra” e di un maschile inteso come intervento della scienza, “dello scavar miniere” e “trucidare la madre”, comportava molti sforzi di revisione verso il superamento di tali dicotomie. Costretti tra immanenza e trascendenza, i ruoli femminili e maschili erano stati confinati l’una nel biologico e l’altro nella ragione. La recente epistemologia ha suggerito un innalzamento e una distanza da questi opposti femminile/maschile, passività/attività, corpo/mente, natura/ragione, oggettività/soggettività, potere/sentimento, e quindi diventava necessario un armonizzare le differenze e le conflittualità.

E, una volta espressa questa aspirazione verso l’equilibrio, le domande non finivano. Esiste allora un “genere” della scienza?

Molti studi hanno accertato l’influenza e/o il condizionamento dall’operare femminile nella attività scientifiche e professionali. Altre considerazioni hanno riguardato alcune significative costanti delle donne che si sono occupate di scienza. L’operatività, la divulgazione del sapere, la didattica, una professione di infinita pazienza e tenacia nel condurre a termine anche le ricerche che richiedevano tempi lunghissimi e calcoli precisi. Peculiare del sapere della donne è, inoltre, l’importanza per il linguaggio, per le parole, ed insieme, la pratica, il metodo e il calcolo. Ancora, e non ultima considerazione, le donne, pur non cambiando la scienza, la orientano “socialmente”.

La ricerca dell’equilibrio tra le differenze significava anche azionare un’osmosi tra discipline, tra scienze naturali e scienze umane. Lo scambievole soccorso, però, può avvenire solo se i limiti di ognuno restano incerti e indefiniti o se si cerca di riunire ciò che un troppo accentuato scientismo ha finito per separare. Magari non faremo scienza ma almeno conoscenza: in questo modo, senza riferimenti e confini assoluti, si arricchirà il pensiero di orizzonti che finalmente comunicheranno attraverso ponti e reti. Come le scienze naturali hanno insegnato alle scienze umane l’abbraccio alla complessità attraverso l’indeterminazione, la relatività e il pensiero della complessità, così le scienze umane contribuiranno alla loro memoria.

Si apre una nuova via, ampia e profonda per sperimentare, vedere, conoscere, entrare in contatto con le cose”. Si presenta una vera e propria “rivoluzione” che consiste nel “resistere” e nel “conservare” e lo sanno le ecologie.

Così la nostra esplorazione nel mondo della scienza per individuare, segnalare e conservare la presenza femminile indagandone i presupposti scientifici ed epistemologici, va inquadrata come contributo alla realtà del nostro tempo.

gli “uomini” di Marussia

In un mondo di accademici, tutti maschi, la presenza di una donna sembra una nota male accordata. Nel caso di Marussia, come di altre, la storia ha giocato un brutto scherzo. Dico la storia, ma dovremmo dire gli storici. La sua personalità, così pregna di energia  è stata nascosta, o meglio, resa invisibile, alla memoria. Questo nascondimento è stato favorito dall’incontro e dalla condivisione simultanea di spazi e tempi, di importanti personalità maschili.
A partire dalla figura paterna: Michail Aleksandrovic Bakunin, principe russo, filosofo, agitatore rivoluzionario, personaggio ingombrante, non solo fisicamente, ma dal pensiero, e, ancora di più, dalle azioni vulcaniche.
Il socialismo anarchico alla fine dell’Ottocento, percorse con irruenza tutta l’Europa   abbracciando le istanze bakuniane di un mondo migliore. La vita di Michail fu un continuo spostamento, senza riposo, dalla natia Russia alle barricate di Parigi  del 1848, da Praga a Dresda,   alla Siberia, attaversando le prigioni della fortezza di Peter-Paulowsky a Pietroburgo, poi a Londra dove nasceva la Prima associazione Internazionale dei lavoratori. La nascita di questo movimento, cui Bakunin aderì dal 1868, segnò l’espressione della conflittualità tra capitalismo industriale e proletariato.
Ma il momento in cui si focalizza meglio per noi la storia di Bakunin è il suo arrivo in Italia nel gennaio del 1864, periodo in cui si affermava, anche qui, il movimento anarchico. Diversi furono i moti rivoluzionari che scossero il Matese, il Molise, la Campania. In particolare a Napoli Bakunin trovò comprensione e fiducia calamitando un discreto numero di fedeli proseliti. Tornato in Francia, fu tra i protagonisti  della Comune di Parigi ma poi, vecchio e malato, fu ospitato da Carlo Cafiero nella Baronata, così come raccontava Riccardo Bachelli nel romanzo Il Diavolo al Pontelungo. E’ nella sequenza di questi spostamenti che avrà dalla moglie Antonia il dono di una seconda figlia: Marussia. Il padre naturale Le potrà dedicare poco tempo, morirà a Berna nel 1876 quando la piccola aveva quasi tre anni.

Più determinante dovette essere la presenza di Carlo Gambuzzi che si unì ad Antonia, rimasta vedova, ed ospitò la famigliola nella sua villa a Capodimonte.
L’avvocato aveva conosciuto e frequentato Michail tra il 1865 e il 1867 diventando socialista, tra i primi interazionalisti e primi anarchici di Napoli e d’Italia. Giovane d’ingegno, “svegliatissimo”, aveva già provveduto al mantenimento della famiglia paterna ed era, tra l’altro, stato già arrestato per la stampa di un giornale clandestino “Il Piccolo Corriere”. Fra gli altri numerosi impegni, era stato con Garibaldi in Aspromonte nel 1862. Le sue posizioni teoriche erano vicino a Cattaneo, a Pisacane e a Proudhon. In particolare aveva sviluppato i temi del federalismo, in opposizione al centralismo. Sostenne il periodico e l’Associazione “Libertà e giustizia” e partecipò al Primo Convegno della Lega per la Pace e la libertà a Genova. Fondò, a Napoli, nel 1868 la sezione italiana dell’Alleanza Internazionale della Democrazia Socialista. Fu anche tra i principali organizzatori, insieme al deputato Ricciardi, sempre a Napoli, dell’Anticoncilio contro il concilio Vaticano nel 1869. Proprio Bakunin scrisse delle persecuzioni effettuate dalla polizia a casa Gambuzzi durante lo sciopero a Napoli del 1870. L’attività politica e civile di Carlo fu incessante. Nel 1882  si presentò candidato per la Camera. Nel 1884, nei tristi giorni dell’epidemia di colera che colpì Napoli, fu il primo, insieme a Agostino Todaro Oglialoro, ad aiutare la popolazione. Fu l’unico ad affrontare la spaventosa piovra dai mille tentacoli: la camorra.
Alla sua morte le sorelle Bakunin resero all’estinto un tributo di tale affetto come si poteva fare ad un eroe. Così la lontana Tatiana partecipò al dolore.

Anche Agostino Todaro Oglialoro, marito di Marussia, si impegnò con una energica opera di igienizzazione della città contro il colera a Napoli. Palermitano, Direttore dell’Istituto di Chimica  a Roma, sperimentatore abilissimo,  vinse il concorso per professore di Chimica nel 1880 a Messina, poi a Torino e in seguito presso l’Università di Napoli di cui fu due volte Rettore. Ebbe molti incarichi sia nel Consiglio di Sanità che presso gli Ospedali Riuniti.
Grazie a lui l’Istituto di Chimica di Napoli si fornì di un vero e proprio laboratorio coadiuvato da tanti medici, naturalisti e chimici. Avviò importanti studi sulla picrotossina, diede una nuova interpretazione della sintesi di Perkin. Condusse importanti lavori sulle acque minerali di Napoli. Fu grande maestro, pieno di affetto per i suoi allievi che occuparono tutti incarichi prestigiosi.
Conobbe Marussia nel fiore degli anni e se ne innamorò perdutamente.

L’ambiente frequentato da Marussia era prevalentemente quello chimico. Ebbe la fortuna di una sincera amicizia e di reciproca stima anche col fondatore della scuola di chimica italiana, il prof. Stanislao Cannizzaro. Uomo politico, patriota, ma in primo luogo fondatore della scuola di chimica italiana. Dal suo famoso archivio abbiamo attinto la corrispondenza con Maria Bakunin. A lui Maria chiese di favorire il signor Claus Masc presso il Grande Cancelliere Von Bulow. Gli scrisse ancora in occasione del terremoto calabro-siculo del 1908 che devastazione e dolore portò alle città di Messina e Reggio, ed anche per affidargli il destino di una giovane greca, già medico, rimasta sola per aiutarla ad affermarsi e a vivere dignitosamente. Nella Commemorazione scritta con Oglialoro, in occasione della morte del Maestro, Ella ricorda la sua “filosofia creativa”. Scienziato dalla rapida intuizione “oh bella testa, dagli occhi scintillanti, dalla chioma disordinatamente sparsa, ricadente a ciocche sulla fronte spaziosa, dalla bocca lievemente atteggiata a sorriso beato, oh voce armoniosa e sonora, chi potrà dimenticare   quelle ore d’infinito gaudio, nelle quali compresi di meraviglia e di ammirazione, noi eravamo lì affascinati dalla tua calda eloquenza, al prodigioso turbinìo delle tue idee!”

La personalità di Marussia rivelava sentimenti di amicizia e di rispetto, di sinceri affetti per i suoi colleghi. Scriverà per gli Atti dell’Accademia Pontaniana, alcune commemorazioni di stimabili accademici che ci dicono tutto il suo sincero trasporto: Luciano Armanni, anima retta e fiera, William Ramsay, “l’artista dalla mente geniale e dalla sintesi grandiosa”, Arnaldo Piutti, di cui ricorda il suo amore per la scienza e il lavoro, Gaetano Minunni dalla grande cultura e dal vivido ingegno, Orazio Rebuffat, ipercritico del proprio lavoro e alla continua ricerca della verità. In queste commemorazioni si mostrerà attenta osservatrice dell’anima con sapiente capacità di evidenziare sia i contributi scientifici sia gli aspetti peculiari del carattere di ognuno.

Altro grande contemporaneo di Maria Bakunin fu Benedetto Croce a cui l’Accademia Pontaniana deve la sua rinascita. Quando scomparve tutta l’Accademia lo pianse, desolata. Non ci fu opera compiuta da Croce che non venne pubblicata negli  Atti. Fu più volte Presidente nel 1914 e nel 1923, poi Vice Presidente quando la Presidenza fu affidata a Marussia, e ancora Presidente Onorario. La stanza dove Lui studiava è ancora lì con la finestra che affacciava sul cortile dove c’erano i gatti che Marussia sfamava e i cui eredi sono ancora presenti in una ristretta colonia.
Ma parlare di Croce significava per noi parlare della vita culturale e letteraria di Napoli; in quei tempi la città era espressione dei fermenti europei tra capitalismo e liberalismo economico da un lato e comunismo e pianificazione economica dall’altro. Napoli, la terra speculativa, ma anche la Napoli suggestiva, colorata e calorosa di Matilde Serao.

Francesco Giordani fu allievo di Maria Bakunin. Chimico, “spirito eletto, nobile somma di insegnamenti”, dalla intelligenza precoce, come si evidenzia dalla sua teoria sperimentale sull’Aeroplano proposta in età giovanile. L’insegnamento di Marussia, che presto riconobbe in Lui doti superiori e memoria eccezionale, gli offrì la possibilità di sviluppare una formidabile cultura scientifica. Ella lo avvicinò agli ambienti di studio e di pensiero. Nominato accademico nel 1930 assunse incarichi di rilievo. Più volte Presidente del CNR, Vice Presidente dell’IRI, Presidente dell’Accademia dei Lincei, creatore e primo Presidente del Comitato Nazionale per la Energia Nucleare, fu uno dei Tre Saggi europei. Maestro in senso ampio, “pensoso del solo bene collettivo”. Passò a miglior vita appena l’anno dopo la scomparsa della sua Maestra.

La passione più grande di Marussia fu, però, il caro nipote Renato Caccioppoli, figlio della sorella Sofia e del medico Giuseppe. Nel 1925 si era laureato brillantemente in Matematica sotto la guida di Ernesto Pascal riconoscendo però come suo maestro Mario Picone. Nel 1928 ottenne la libera docenza, nel 1931 la Cattedra di Analisi Algebrica a Padova. Nel ’34 cominciò ad insegnare a Napoli Analisi Superiore e Analisi Matematica. In lui una prestigiosa vita professionale si coniugava con uno stile di vita estroverso, anticonformista, antifascista, rigoroso con gli allievi e fantasioso ed ironico con gli amici. Fu proprio Maria che lo soccorse, convincendo le autorità della malattia mentale del nipote, salvandolo dal carcere dove era finito per aver fatto suonare “La Marsigliese” in presenza di un gruppo di gerarchi fascisti. Una vita breve, intensa e tumultuosa che trovò unica plaga nel suicidio. Maria lo pianse profondamente.

Le notizie biografiche e bibliografiche di Maria Bakunin sono state raccolte, oltre che da Giovanni Malquori,  da Rodolfo Alessandro Nicolaus, “pupillo” di Marussia.
Scienziato, chimico, ricercatore “permanente”, Nicolaus è stato professore di Chimica Organica presso l’Università di Napoli, Basilea, Roma, socio dell’Accademia Pontaniana e a tutt’oggi Presidente della Sezione di Scienze, dell’Accademia di Scienze Fisiche e matematiche della Società Nazionale di Scienze lettere ed Arti in Napoli, medaglia d’oro dell’Accademia delle Scienze detta dei XL, medaglia d’oro De Luca della Società Chimica Italiana, membro Onorario della Società Italiana di Chimica per gli studi sui pigmenti.
L’opera e la ricerca di Rodolfo Nicolaus, per la molteplicità degli interessi, non è facilmente riconducibile ad un unico ambito scientifico. Egli ha coniugato vari aspetti e problematiche della scienza contemporanea, valorizzando la ricerca italiana nel mondo, dalla storia scientifica alle nuove scoperte come il nuovo amminoacido 5-S-Cysteinuldopa e relativi isomeri.
Noi lo apprezziamo anche come abile biografo: ricostruisce l’opera scientifica di Maria Bakunin nella Voce del Grande Dizionario Enciclopedico di prossima pubblicazione e nella commemorazione, contenuta negli Atti dell’Accademia Pontaniana, ne descrive sapientemente la personalità e le abitudini.
Nicolaus ci informa della passione di Maria per i gatti, degli “scugnizzi” napoletani che, al solo verderLa uscire di casa, scappavano intimoriti, del rigore delle sue lezioni.
Ancora Nicolaus racconta del suo incontro con la Signora. Nella primavera del 1941 Nicolaus era studente del secondo anno di Economia e Commercio, fu proprio Lei a convincerlo ad iscriversi a Chimica e Lui, subito convinto, passò da una facoltà ad un’altra. Un rapporto, tra loro, che è rimasto sempre nella memoria di Rodolfo Nicolaus, diverso da quello che ci si aspetta tra una docente ed un allievo: un rapporto conflittuale in ogni scelta e in ogni decisione ma, in ogni momento la Maestra ha seguito il suo giovane e promettente allievo. Anche quando Marussia lo affidò al prof. Panizzi tra i due non ci fu mai un vero e proprio distacco.
Nicolaus ha scritto anche la commemorazione di Panizzi. Negli anni in cui la chimica era considerata “il satana del secolo” ed il nuovo stentava a venir fuori, in un deserto intellettuale, Panizzi si ergeva con il suo impegno costante a controllare l’onda denigratoria contro la chimica.
Le parole di Nicolaus a questo punto sono rivelatrici di una condizione che di fatto attentava, ed attenta, al progresso scientifico e allo sviluppo culturale: “l’impossibilità di impedire che il cretino si infiltrasse subdolamente nella Torre ove, ancora oggi, trova mezzi di sussistenza”. La commemorazione si conclude con un interrogativo: “Panizzi, l’ultimo chimico italiano?”.
Tutti noi sappiamo che con Panizzi probabilmente finiva un’età della scienza, ma inevitabilmente, nella trasformazione e nel cambiamento, affidava al suo allievo, Rodolfo Alessandro Nicolaus, la complessità della nuova scienza in fieri.
“In una società distratta e priva di ideali“  Nicolaus, con il suo esempio e con il suo impegno, ha accolto e tramandato un patrimonio inestimabile, ha sfidato oscuramenti e regressioni della scienza e della cultura, ha ridato a noi, che lo abbiamo inseguito, cercato ed ascoltato, una gioiosa attenzione ed un rinnovato interesse, ha colmato per noi, con discrezione a volte, e a volte con fermezza, quel vuoto che il sistema genera soffocando ogni idealità.

l’arcangelo dalla spada fiammeggiante

Nel 1952 Maria diventò Presidente Onorario dell’Accademia Pontaniana e continuò a frequentare sia l’ accademia che l’istituto chimico restando attiva fin quasi all’ultimo giorno
Molti eventi drammatici, però, segnarono gli anni della sua vecchiaia: nel 1943, più che sessantenne, aveva già dovuto sopportare il dolore per la morte del fratello Carlo e poi anche del nipote Luigi. Alla vigilia della seconda guerra mondiale con l’invasione delle Polonia la guerra lampo le aveva portato via i coniugi Kossowsky, cioè la sorella Tatiana, il marito e i nipoti Danko e Lula, travolti e dispersi.

Moriva nel 1956 la sorella Sofia. Ma il colpo più grave fu quello infertoLe dalla morte del caro ed amato nipote, Renato Caccioppoli, noto matematico napoletano, che si uccise con un colpo di pistola nel famoso Palazzo Cellammare l’8 maggio 1959. Verso la fine della sua vita usciva raramente di casa dedicandosi allo studio delle lingue. In questo periodo il Cardinale Ursi le faceva visita di frequente. Disse di Lei: “questa donna è come l’arcangelo  dalla spada fiammeggiante”.

Noi la pensiamo avvolta da una densa solitudine assistita amorevolmente dai coniugi Marvel e dalla nipote Giovanna Bakunin, il cui marito Edoardo Iansiti morirà nel 1961.
 Il 17 Aprile 1960 Maria Bakunin moriva nella sua casa di via Mezzocannone 8. Scompariva una professoressa universitaria “autoritaria” ma di grande fascino e prestigio. “Il  ricordo per il  contributo dato da Maria Bakunin accanto a Croce alla rinascita della Accademia Pontaniana”, alla scienza e alla storia, “non potrà essere facilmente cancellato”, dice Nicolaus.”Il suo ricordo rimarrà sempre vivo nel cuore di quanti illuminò con la luce del suo sapere e beneficò con lo slancio della sua anima”. Così recita la prece. I resti di Maria Bakunin giacciono presso la Cappella Monumentale della famiglia Gambuzzi nel cimitero di Poggioreale in attesa delle nostre rose rosse.

Marussia e l’Accademia Pontaniana

Dopo queste esperienze così drammatiche, grazie all’atteggiamento e al suo impegno cattedratico, le fu affidato un importante incarico: la Presidenza dell’Accademia Pontaniana!

Il 12 Novembre 1944 l’Accademia si riunì nella sala “Tasso” degli Archivi di Stato offerta dal socio Riccardo Filangieri. Su proposta del Comitato venne eletto il Consiglio della Accademia che risultò così costituito: Presidente Onorario lo storico e filosofo Benedetto Croce socio dal 1892; Vice Presidente il giurista e papirologo ma anche Ministro di Grazia e Giustizia e Pubblica Istruzione (1944-1945), Vincenzo Arangio-Ruiz socio dal 1928; Segretario Generale lo storico ed archivista Riccardo Filangieri socio dal 1927; Segretario Aggiunto il letterato Emanuele Ciafardini socio dal 1929; Tesoriere il matematico Enrico Ascione socio dal 1912.

Presidentessa dell’Accademia Pontaniana fu eletta Maria Bakunin, socia dal 1905 fino al 1949 e come Presidentessa della Sezione di Scienze, Lettere ed Arti mantenne l’incarico dal 1932 e il 1953.  “Io penso – dice R. A. Nicolaus – che Maria Bakunin fosse la persona adatta a guidare in quel periodo di violenti emergenze e forti contrasti l’Accademia e che quindi la scelta di Croce fosse giusta”. Noi pensiamo che per Maria questo incarico fosse davvero il più prestigioso.

La carriera accademica di Maria proseguì a lungo. I suoi contributi originali e la direzione del lavoro degli allievi seguita “con alacrità e vivezza”  ottennero il suo trattenimento in servizio fino al 75° anno di età. Il 18 febbraio 1943 il Rettore Adolfo Omodeo informò il Preside della Facoltà di Scienze della sospensione del provvedimento di collocamento a riposo per limite d’età e della continuazione in servizio della prof.ssa Maria Bakunin (come da nota del Comando Alleato “Allied Control Commission . Education Subcommission”  Firmato G.R. Gayre Lt. Col. A.E.C. Educational Advisor). La lettera di ringraziamento al Rettore del 23 ottobre 1943 è sinceramente commossa … “io non ho fatto che il mio dovere”; e ancora “si resta sulla breccia a costo della vita”. Rivolgendosi al Rettore esprimeva la sua gratitudine :”Ma il sapere che abbiamo un capo che ci incita a seguire un ideale che egli stesso persegue, che consideri l’Università come un nobile agone e ci sorregge nella lotta, ci rende pronti a qualunque sacrificio passato, presente, futuro”.

Solo nel 1948 verrà collocata a riposo ed il 19 febbraio 1949, su proposta della Consiglio di Facoltà del 20 ottobre 1948, insieme ai più vivi ringraziamenti per l’opera prestata a vantaggio della Scuola e delle Scienze, il Ministero della Pubblica Istruzione della Repubblica Italiana, Le conferiva il titolo di “professore emerito”.

Nel 1948 il passato ritornava. Il Rettore spediva al Ministero della Pubblica Istruzione una lettera in cui si richiedeva la rettifica del cognome Bakunin in Baccounin, italianizzandolo. Si scopriva, così che la nascita di Marussia era stata registrata con il certificato di battesimo rilasciato dalla Parrocchia di Arona in Svizzera poché nel 1873 in Siberia non esisteva ancora lo Stato Civile.

Napoli: amore e odio

Maria, nel suo atteggiamento verso Napoli e i napoletani, alternava slanci di generosità ad austera criticità: ” .. era molto dura ed esigente con il personale. Ho una sua pubblicazione scientifica dove nell’angolo destro in alto è scritto: prendere a calci Vincenzino (il custode) perché non si è fatto le basette. Ma se qualcuno di loro si ammalava allora correva a visitarli ed ad assisterli.

A colazione da Marussia si parlava di Scienza e di affari Accademici come al tempo del Pontano”, così Nicolaus. “A differenza dai tempi del Pontano  i cibi erano molto semplici e sempre gli stessi: pasta nera scondita, carne di cavallo e patate lesse, un caffè di semi  da Lei stessa tostati. All’inizio tre o quattro gatti balzavano sul grande tavolo e finivano col mangiare nel piatto dell’ospite. Per me che non amavo gli animali la scena era disgustosa. Un giorno la Signora in vena di confidenze mi disse: ricordatevi Nicolaus (mi dava sempre del voi) che se uno degli ospiti torna  costui è uno di cui fidarsi”. Frequentatori della Bakunin erano anche i  due ufficiali militari alleati il Generale Hume  ed il colonnello Gayre of Gayre. Un giorno Hume dopo un pranzo particolarmente squallido,  chiese alla Signora: “Ha bisogno di qualche cosa?”  La inaspettata risposta fu: “alcool ed ovatta”. Migliaia di litri di alcool e centinaia di chili di ovatta riempirono via Mezzocannone. Batuffoli di  ovatta imbevuti di alcool servirono a riscaldare le nostre provette mentre bruciatori alimentati ad alcool facevano funzionare le nostre attrezzature e i gruppi elettrogeni. I due ufficiali di passaggio per Napoli seguendo la linea del fronte furono molto generosi con l’Accademia Pontaniana con regali di libri e denaro adoperandosi perché l’Accademia non divenisse un alloggio per le truppe. Dopo la guerra il contatto con questi nostri soci fu perso”.

Sentimenti di coraggio e riconoscenza per Napoli emergevano proprio in momenti drammatici, come l’occupazione tedesca, che portò fuoco, guerra e distruzione, presso l’Università napoletana e le sue  biblioteche. Nel racconto di Nicolaus la donna sfidò fuoco e tedeschi gettandosi, come scudo, sui libri delle biblioteche di via Mezzocannone nella speranza di salvarli. Così accadde. Alcuni di quei libri, salvati dal suo gesto, sono ancora là, tra i più alti scaffali della Società Reale.

Le testimonianze di ciò che avvenne all’interno dell’università sono state raccolte proprio da Maria Bakunin e vi descriveva l’incursione delle truppe tedesche il 12 settembre 1943. Tale documento si apre con la descrizione degli spazi occupati allora dall’ateneo napoletano e viene completata da vari documenti. Tra le altre, vi è la sua relazione come Direttrice di Chimica Generale dell’Università, testimone oculare dell’incendio provocato dalle truppe tedesche, insieme a quella di Raffaele Pironti, libraio di Via Mezzocannone, nonché il rapporto di Giovanni Malquori, direttore dell’Istituto di Chimica industriale, e altro suo biografo.

Il trasporto per la trasmissione e la difesa del sapere si coniugava, in maniera sommessa, col suo spirito umanitario testimoniato in più occasioni. Romano Gatto, professore dell’ateno napoletano, mentre svolgeva la sua ricerca per la sezione Scienze di un’importante enciclopedia della cultura italiana del Novecento, si è imbattuto in una grossa scatola di cartone che conteneva documenti relativi ad una attività filantropica di Maria Bakunin, negli anni del dopoguerra, a favore di studenti napoletani affetti da tubercolosi. La stessa, infatti, aveva intessuto una rete di relazioni internazionali per ricevere donazioni utili a questa causa.

La cooperazione e il sostegno sociale erano anche l’oggetto della richieste avanzate da parte sua al Rettore prof. Amodeo per aiutare i sinistrati del 12 settembre 1943, che avevano perso casa e beni. Neanche in quelle occasioni si smentì: mentre pensava ad assicurare protezione ai più deboli, mantenne la sua dignità in occasione delle perquisizioni dei tedeschi che, asportando da casa sua il radiogrammofono della nipote Giovanna, non osarono chiedere altre informazioni sul suo conto.

Maria, magistra vitae

Nel 1919 la Sezione di Chimica di Napoli, diventata alcuni anni dopo, la Sezione di Chimica Campana, ebbe come Presidente Orazio Rebuffat, e come vice presidente Marussia Bakunin.

Furono anni densi di avvenimenti per l’Italia e per Napoli. Proprio in questo periodo Benedetto Croce raggiunse l’alto incarico di senatore e poi, tra il 1920 e il 1921 diventò Ministro dell’Istruzione. Intanto la signora Oglialoro-Bakunin si andava affermando come animatrice culturale dell’ambiente chimico napoletano, capace di coniugare autorità ed inflessibilità con l’amicizia e una –quasi triste- gentilezza. Diede ricevimenti conviviali ed ospitò nel suo salotto amici ed esponenti del mondo intellettuale, perseguitati e rifugiati. Fu Lei a presentare all’Accademia e a raccomandare i due ufficiali alleati: Hume e Gayre. La sua morale intransigente e trasparente conquistò coloro che la conobbero ed, “instancabilmente” (questo è l’avverbio ricorrente che Le fu sempre ascritto), si dedicò sia al laboratorio sia all’impegno cattedratico senza concedersi pause.

Con la morte del marito Agostino, avvenuta il 21 giugno 1923, Maria si ritrovò sola, ancora giovane, ad affrontare un momento molto difficile. Prese quindi a dedicarsi a tempo pieno all’insegnamento e agli studi scientifici, anzi, il laboratorio diventava sempre più il luogo dove rivivere momenti di serena familiarità. La dedizione all’insegnamento e ai suoi allievi riempiranno sempre più la sua. La professoressa metteva tutti in grado di sviluppare capacità e competenze, fornendo loro le basi e gli strumenti più idonei per accogliere un’importante tradizione di studi e per rinnovarla e giungere ad importanti scoperte e conquiste scientifiche.

Marussia fu infatti non solo una grande scienziata ma una maestra accorta per coloro che ebbero la fortuna di incontrarLa. Il suo amore per il sapere fu carattere peculiare della sua personalità.

La studiosa partecipò al Secondo Congresso di Chimica pura e applicata a Palermo nel 1925 contribuendo allo studio degli scisti reperiti in Sicilia, a Castroreale e a Barcellona, attraverso un’indagine compiuta sui Monti Peloritani. Questi studi confermeranno le competenze di Maria in campo tecnico perché si soffermerà a descrivere la probabile area di destinazione della distilleria e la descrizione del fenomeno detto “cracking” attraverso il quale il pirobitume originario si depolimerizza separando del carbonio fisso. In questa occasione fu celebrato il centenario della nascita di Stanislao Cannizzaro e, con lui, fu salutata la Sicilia, “isola delle isole, antica Madre” che si apprestava a diventare “terra di sicuro avvenire industriale” [… ].

Il congresso ospitò moltissimi scienziati ed autorità e permise loro di visitare luoghi e miniere di rilevante interesse. Alcune foto ripresero gli spostamenti dei congressisti. Marussia intervenne con una relazione in cui presenta le peculiarità degli scisti da Lei studiati e messi a confronto provenienti dalla Sicilia  alla Campania, dalla Scozia alla Svizzera.

Nel 1935 partecipò ufficialmente al Congresso tenutosi in Russia per le celebrazioni del Centenario di Mendeleev. Nel 1936 verrà nominata professoressa del corso biennale di chimica industriale presso la Scuola Politecnica di Napoli. Incarico che manterrà fino al 1940 anno in cui chiese di essere trasferita alla Cattedra di Chimica Organica presso la Facoltà di Scienze della Università di Napoli.

Nel 1940 diveniva titolare di Chimica Tecnologica Organica presso l’Istituto di Chimica della Facoltà di Scienze dell’Università di Napoli. Deterrà tale incarico oltre i limiti di anzianità previsti, per i meriti conseguiti, fino al suo collocamento a riposo  il 5 novembre 1948, anno in cui la cattedra passò al professore Panizzi di Milano.

Risale al 1941 l’annedoto riportato dal prof. Nicolaus, dell’ufficiale che si era presentato alla sessione di esami in divisa confidando sul fatto che, secondo una disposizione ministeriale, i militari non potessero essere bocciati. Questa situazione suscitò l’ira della professoressa che lo biasimò perché “travestito”. L’ufficiale, sentendosi offeso, inforcò l’arma ma, per fortuna, l’intervento tempestivo dell’ing. Bonifazi evitò una tragedia.
Molti giovani collaborarono alla sua cattedra e beneficiarono dei suoi studi.

Nella primavera del 1941 avvenne un fortunato incontro, per loro e per noi: un giovane studente della facoltà di economia e commercio, affascinato ed incuriosito dal lavorìo del laboratorio di chimica (in cui lavorava già Giuseppina Riverso mandata dal prof. Giacomello di Roma), si era trasferito alla facoltà scientifica, diventando, in seguito, un famoso ricercatore di chimica. Il giovane ricercatore era il Nostro Virgilio, Rodolfo Alessandro Nicolaus.